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Recensione: La casa e il mondo di Tagore. Un romanzo profetico

Tagore La casa e il mondo

Il 7 Maggio si celebra Tagore Jayanti, ossia la nascita di Rabindranath Thakur, noto come Tagore, nato nel 1861  e morto nel 1941.
Per celebrarlo voglio parlare di “La casa e il mondo”, un suo libro del 1916 che amo molto e che ho letto più volte ritrovando ogni volta la potenza della prima lettura.

Nel 1916 Tagore aveva già vinto il Premio Nobel per la Letteratura da 3 anni con la raccolta di poesie Gitanjali (Poesia/canzone offerta) ed era già stato definito da W.B. Yeats “il più grande di tutti noi”.

Il contesto del Bengala coloniale

“La casa e il mondo” è un romanzo ambientato in Bengala nei primi anni del 1900, quando la regione venne spaccata in due dagli inglesi (1905) secondo linee religiose, con la scusa di amministrare meglio l’area ma di fatto creando come conseguenza rivolte, proteste e un’ondata di violenza che arriverà fino agli anni ’30. Subito dopo la partizione del Bengala, si assistette alla nascita dello Swadeshi, un movimento che promuoveva la creazione di industrie e attività indiane in contrapposizione a quelle inglesi o straniere, boicottando le merci provenienti dall’estero.

Un triangolo di passione e amor di patria

Tre sono i protagonisti principali della storia:

  • Nikhil, proprietario terriero dall’indole mite e spirituale, che promuove l’istruzione della moglie Bimala, è moderno e idealista.
  • La moglie Bimala che vive felicemente il suo matrimonio nell’adorazione del marito ed esita ad accogliere la proposta di Nikhil di uscire dalla zenana, il gineceo in cui vivono le donne di casa.
  • Sandip, amico di Nikhil, leader indipendentista passionale, radicale, opportunista e meschino, che irrompe nella vita dei due coniugi incrinandone gli equilibri.

È a quel punto che Bimala scopre il mondo, abbandonando la sicurezza della casa per farsi travolgere dalla fiamma della passione e dell’indipendenza.

I tre protagonisti reagiscono agli eventi storici in modo diverso.
Nikhil è convinto si possa trovare una strada di mediazione e cooperazione che trascenda i confini geografici, in nome di un umanesimo cosmopolita, conciliando le diverse culture.
Sandip e Bimala non credono in una soluzione pacifica e sono galvanizzati dal patriottismo e dalla violenza nazionalista.
Si crea così una frattura di pensiero tra i due sposi e un triangolo di passione tra Nikhil, Bimala e Sandip, che mescola sentimenti, spiritualità e amor di patria.

Il romanzo si snoda alternando i punti di vista dei tre protagonisti che raccontano ognuno la propria storia. Attraverso la tecnica del flusso di coscienza, Tagore tratteggia alla perfezione l’evoluzione psicologica dei personaggi. E noi assistiamo a questo evolversi dei sentimenti che li muovono, delle passioni che li affliggono o li divorano.

È Bimala a parlare:

“Se volessimo colmare un poco alla volta l’abisso che separa il giorno dalla notte ci impiegheremmo un’eternità. Poi viene l’alba, che di colpo annulla le tenebre, e in un momento superiamo una distanza infinita.
Così, un giorno è giunta una nuova era per il Bengala: lo Swadeshi, e tutto è accaduto senza che ce ne rendessimo conto. Non c’è stata una trasformazione graduale che preservasse la continuità tra passato e presente, ed è per questo, credo, che l’arrivo della nuova era ci ha travolti come una valanga, come una diga che, crollando, trascina con sé ogni timore che potevamo nutrire, ogni nostra cautela nei confronti del cambiamento.
La mia visione e il mio intelletto, le mie speranze e i miei desideri si sono tinti del rosso della passione della nuova epoca. Benché le mura della mia dimora – ovvero i confini della mia mente – avessero resistito all’assalto, io ero intenta a scrutare l’orizzonte affollato di eventi per me oscuri e incomprensibili, ma che sembravano lanciare un richiamo diretto al mio cuore.”

Nazionalismo e umanesimo cosmopolita: il pensiero di Tagore nel romanzo

Sandip e Bimala rappresentano la passione, il fuoco distruttivo.
Non per niente nei loro discorsi, utilizzano termini legati al mondo naturale, metafore che rimandano al fuoco, alle scintille, alle fiamme, al calore, ai fulmini, oppure ai flutti del mare o del fiume in piena o che scorre veloce, alle valanghe che travolgono, alle dighe che tracimano.
Tutto in Bimala e Sandip è dinamismo distruttivo e travolgente.
Lo stesso nome “Sandip” vuol dire “con dipa”, cioè con la fiamma.

Nikhil è tutto l’opposto. Di sè dirà alla fine del romanzo:

“Non sono una fiamma, sono soltanto un tizzone spento che non riesce ad accendere nessuna lampada. La storia della mia vita non dimostra altro: è una fila di lampade spente.”

Di fronte a Sandip, Nikhil impallidisce, sembra debole, senza emozioni. Ma con lo svolgersi della narrazione, la vera natura di Sandip si rivela ed è Nikhil a brillare per superiorità morale.

Nikhil rappresenta la calma, la razionalità, la mediazione, il rifiuto della violenza. E dunque è la voce dell’autore.
Tagore, infatti, era a favore della causa indipendentista e ospitò nella sua casa i maggiori leader del movimento.
Fortemente contrario alla partizione del Bengala, nel 1905 aveva aderito subito allo Swadeshi, ma meno di due anni dopo ne aveva preso le distanze e rifiutato la violenza originata dal movimento.
Nutriva inoltre dubbi e paure, che poi si riveleranno precise previsioni, sul nazionalismo portato all’estremo.
Non apprezzava il movimento di non-cooperazione di Gandhi, al quale rifiutò di aderire, e per questo fu attaccato dai nazionalisti.
Tagore credeva che fosse possibile prendere aspetti di altre culture pur rimanendo legati alla propria. Aveva una visione etica, cosmopolita. Voleva un’India libera dal colonialismo, in cui le diversità regionali e religiose convivessero pacificamente, rigettando il nazionalismo materialista sia a livello locale che globale.
Tagore credeva in un umanesimo cosmopolita, nella cooperazione tra popoli e nazioni, nella convivenza tra culture e religioni e in una forza morale che unisce l’umanità verso un bene comune.
Tutto questo contrastava con le idee che circolavano in India in quel periodo e che fomentavano nazionalismo e patriottismo.

Il libro “La casa e il mondo” scritto nel 1916 fu la risposta di Tagore alla violenza del periodo della partizione del Bengala, mentre il saggio “Nationalism in India” che scrisse l’anno successivo fu un’analisi istintiva e visionaria dei rischi del patriottismo cieco, tanto che ancora oggi risulta attuale.
Entrambe le opere furono molto criticate dai nazionalisti, la seconda gli valse accuse di ingenuità e scarsa analisi politica. Ma Tagore aveva previsto con precisione le violenze della Partizione del 1947 con trent’anni di anticipo.

Il movimento Swadeshi tra ideali e contraddizioni e la critica di Tagore alle élite

Ne “La casa e il mondo” non c’è solo la condanna delle violenze ma anche un’analisi spietata delle criticità del movimento Swadeshi. Emblematici al riguardo i capitoli raccontati da Nikhil su Panchu di cui dice 

“lo Swadeshi lo ha travolto come un treno” 

perché il boicotaggio dei beni non colpiva le élite ma poteva essere disastroso per le masse.
Ancora della natura elitaria dello Swadeshi scrive

“Il paese non coincide con l’estenzione delle sue terre, ma con le persone che ci vivono. Vi siete degnati di osservare cosa sta accadendo a queste persone? Adesso volete che tipo di sale devono usare e quali abiti devono indossare. Perché dovrebbero sottostare alla vostra tirannia? Perché dovremmo permetterlo? […] Fate pure quello che vi pare per calmare l’irritazione e rinforcolare il fanatismo. Siete benestanti, per voi i costi sono una questione secondaria. I poveri non vogliono intralciarvi la strada, ma voi insistete a sottometterli alle vostre idee coercitive. La loro vita è una battaglia incessante per la sopravvivenza, mentre voi non riuscite nemmeno a immaginare che cosa possa significare per loro avere in tasca qualche paisa in più. Avete sempre vissuto nei quartieri alti; ora scendete tra le baracche e usate i poveri come armi per sfogare la vostra rabbia. Per me siete dei codardi.”

La nascita della Bharat Mata e la divinizzazione dell’India nel nazionalismo bengalese

Estramamente potente è la descrizione della divinizzazione di Bimala da parte di Sandip che vede nella donna per cui arde la rappresentazione vivente del Bengala e della Dea.
La coincidenza tra divino femminile e India emerge in Bengala sul finire del 1800 quando si impone il mito della Bharat Mata, la Madre India, ossia la personificazione della Dea nell’India. E se l’intera nazione rappresenta il corpo della Dea, combattere per la nazione diventa un dovere religioso e non solo un atto politico.
Questo concetto è sintetizzato nel 1885 da Bankim Chandra Chatterjee nell’ode “Vande Mataram”, cioè “Io mi inchino a te O Madre” che è un inno alla Bharat Mata e diventerà in seguito lo slogan del movimento Swadeshi.

Ma Tagore va oltre per descrivere il sentimento di Sandip per Bimala. Il focoso leader divinizza la moglie del suo amico, così Bimala per Sandip diventa la Dea vivente, il Bengala personificato, fonte di ispirazione per la battaglia dell’indipendenza; mentre Bimala sente di rappresentare tutte le donne del Bengala, avvertendo la forza della Shakti dentro sè.
Dice Sandip a Bimala:
“Non sai che io vengo qui per adorare te? Non sai che in te visualizzo la Shakti della nostra patria? La verità di un paese non si riassume nella sua geografia. Nessuno può dare la vita per una carta geografica! Solo quando ti vedo mi rendo conto di quanto sia meravigliosa la mia patria. Solo se tu mi benedici con le tue mani potrò sapere che ho l’approvazione del mio paese, e se cadrò in battaglia con questa certezza nel cuore non morirò nella polvere di una terra creata su una carta geografica, ma su un sari amorevolmente disteso…”

Questa divinizzazione secondo Tagore è in realtà oppressiva per le donne perché nega loro soggettività e individualità e le rende solo oggetti del desiderio nazionalista.
Infatti l’adorazione di Sandip per Bimala rivelerà aspetti poco nobili.
Quello che pensa Tagore sulla divinizzazione delle donne a scopo patriottico è evidente nelle parole di Nikhil:
“sono disposto a servire il mio paese […] ma dedico la mia venerazione al Sommo Bene, ovvero a qualcosa di molto più grande del mio paese. Adorare il proprio paese come se fosse una divinità significa attirare disgrazie su di esso.”

Bimala e l’emancipazione femminile nel Bengala del 1900

Con la sua scrittura elegante, lirica e sublime, Tagore ci trascina dentro l’animo umano, in una lotta con le passioni che travolgono, in un vicolo cieco di fronte al disincanto e alla violenza.
Questo romanzo è insieme profonda narrazione umana e atto politico.

Inoltre dipinge con estrema luicidità uno spaccato di vita, sopratutto femminile, del Bengala del 1900.
L’evoluzione del personaggio di Bimala è toccante.
Da donna che vive reclusa in una gabbia senza coscienza di esserlo, si emancipa e scopre l’ebrezza della libertà, ma anche il prezzo da pagare per le proprie scelte.

Quando parla della sua vita Bimala dice:

Leggendo ho scoperto che noi donne siamo definite “uccelli da voliera”. Non posso parlare per le altre, ma nella mia gabbia ci stavo bene, non mi mancava nulla e pensavo che nell’universo non ci fosse posto anche per la mia gabbia. All’epoca erano questi i miei sentimenti.

Bimala rappresenta quel conflitto, quel dissidio interiore tra la casa e il mondo, tra la tradizione e la modernità, tra la sfera intima, privata, e quella esterna, pubblica. Rompendo lo stereotipo sui ruoli di genere per cui la sfera privata è appannaggio della donna mentre quella pubblica dell’uomo, Bimala sceglie lo spazio esterno, il mondo. Ma il mondo va a fuoco e lei viene travolta.

Ancora Bimala:

La natura possiede molti analgesici che somministra in segreto agli esseri umani ogni volta che certi rapporti affettivi fondamentali vengono recisi in modo insidioso, cosicché non siamo consapevoli di quello che succede fino a che un giorno ci svegliamo e ci rendiamo conto dello strappo. Mentre la lama recideva uno dopo l’altro i legami del mio cuore, la mia mente era così annebbiata dai fumi di quella infatuazione che non mi accorgevo minimamente della crudeltà di ciò che stava avvenendo. Forse questo fa parte della natura femminile. Quando la passione di una donna si risveglia, tutto ciò che esula da tale passione non ha più alcuna rilevanza. Se, come un fiume, rimaniamo dentro le sponde, tutto ciò che abbiamo è nutrimento per il mondo; se straripiamo, distruggiamo il mondo con tutto ciò che siamo.

Un romanzo profetico

La casa e il mondo però non simboleggiano solo queste la sfera pubblica e quella privata, ma diventano anche una metafora di due mondi opposti: quello spirituale e quello materiale.
Per Tagore la soluzione è fare come Nikhil che bilancia questi due mondi. Tuttavia vivendo nella realtà materiale anche lui verrà travolto.

La presa di coscienza di Bimala della vera natura materialistica di Sandip, la lacera. E il dissidio per aver intrapreso la strada sbagliata, pur continuando a percorrerla, la lacera.

“Perché gli uomini non cambiano completamente quando cambiano? Se guardo nel mio cuore vi trovo tutto quello che c’era prima, ma buttato alla rinfusa. Ciò che era in ordine ora è a soqquadro; le gemme che prima erano infilate nella collana, ora sono sparse tra la polvere. E il mio cuore si spezza.
Voglio morire. Eppure nel mio cuore tutto ancora vive. Nemmeno nella morte riesco a vedere la fine di tutto, anzi: vedo altro dolore. Ciò che deve essere terminato deve finire in questa vita, non c’è altra via d’uscita.”

Il finale inaspettato dopo quello che sembrava un ritorno alla calma, lascia un sospeso che non prelude a nulla di buono. Un’anticipazione di quello che l’India vivrà di lì a pochi decenni, un baratro umano che Tagore non farà in tempo a sperimentare di persona ma che è riuscito perfettamente a immaginare.


NOTE:
  • Il titolo originale del libro è Ghare Baire (ghare = in casa – baire = fuori, al di fuori) e venne scritto da Tagore in bengalese. Poi fu tradotto in inglese una prima volta dal nipote Surendranath nel 1919, con il contrinuto dell’autore, e una seconda volta nel 2005 da Sreejata Guha per Penguin Books India.
  • Da “La casa e il mondo” è stato tratto il film Ghare Baire del regista bengalese Satyajit Ray del 1984. Si può vedere su youtube o su varie piattaforme.
Fonti:

Luana Pistone, autrice dell’articolo.

Luana Pistone

Luana Pistone
Esperta di cultura indiana e Āyurveda

Laureata in “Cooperazione internazionale e mediazione dei conflitti”, Luana ha lavorato per circa 10 anni per una ONG italiana in Bangladesh, come cooperante, occupandosi di progetti di cooperazione in ottica di genere e con frequenti viaggi in India.

In questo periodo Luana ha avuto modo di avvicinarsi alla cultura bengalese e indiana, studiando la storia, le tradizioni, la lingua bengalese, le religioni e i molteplici aspetti della realtà locale, creando connessioni, intrecciando legami che durano negli anni, con le persone e con la realtà locale, che continua ad approfondire.

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