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La caccia alla tigre durante il colonialismo

caccia all tigre su elefanti

Quante tigri sono state eliminate in India e diventate trofei di caccia durante il colonialismo?

Dallo Śikār alla caccia per moda

La caccia alla tigre (Śikār) è una pratica antica, in genere appannaggio delle classi reali.
Era praticata ben prima dell’arrivo degli europei ed era un simbolo di potere, ostentato da molti sovrani.

Tuttavia fu durante il colonialismo inglese che questa pratica si diffuse talmente tanto da riuscire a decimare la popolazione delle tigri.
Questo avvenne a causa dell’uso da parte dei cacciatori europei di una potenza di fuoco di gran lunga superiore a quella utilizzata fino a quel momento e dal vasto numero di britannici che frequentavano le battute di caccia.

Infatti, dalla seconda metà del 1800 e in particolare nei primi 40 anni del 1900, la caccia alla tigre divenne una moda per i britannici in India. Le battute di caccia erano un evento a cui partecipare per “divertimento” e “voglia di avventura”.

Caccia alla tigre
caccia alla tigre in India

La “virilità britannica” contro la “mollezza effeminata” indiana

In madre patria la caccia veniva raccontata continuamente nei romanzi, sui giornali, così come sulle pubblicazioni britanniche in India.
Con l’avvento della fotografia prima e del cinema poi, le immagini delle tigri uccise affascinavano gli inglesi perché esaltavano la vittoria dell’Uomo sull’animale.
Il concetto era quello di dominare la Natura e la caccia divenne così un simbolo di virilità da ostentare.
Gli inglesi, infatti, accusavano gli indiani di avere una natura “molle” ed “effeminata”, diversamente dalla natura britannica che era “forte” e “virile”.

Grazie alla caccia alla tigre, gli inglesi contrapponevano la “virilità britannica” a quella che ritenevano fosse la natura degli indiani, e dunque la battaglia contro la tigre diventava simbolica.
Un popolo effeminato non poteva governarsi da solo, aveva bisogno della guida (o meglio del dominio) di un popolo virile.

Questo concetto si legava perfettamente a quello alla base del colonialismo: cioè dominare la colonia, di fatto depredandola e impoverendola a vantaggio della madre patria, giustificando il tutto con una presunta superiorità morale e culturale dei coloni.

Il Forest Act: una razzia legalizzata

Nel 1878, quando l’Impero Britannico aveva appena 20 anni, gli inglesi vararono il “Forest Act”, una legge che permetteva loro di trattare le aree forestali come riserve di caccia.

Le foreste dell’India e del Nepal diventarono così un enorme parco giochi in cui poter eliminare animali considerati “pericolosi”: tigri, ma anche leopardi, rinoceronti, serpenti e persino elefanti.
Solo nel 1878 vennero uccise circa 1500 esemplari di tigri.
Per chi eliminava questi animali pericolosi c’erano anche delle ricompense, il che ovviamente incentivava le uccisioni.

Il contributo dei Principati

I regnanti dei Principati, che avevano sempre praticato la caccia alla tigre, con l’avvento del colonialismo aumentarono le battute di caccia per dare sfoggio della propria potenza, anche invitando alle spedizioni illustri ospiti inglesi.

Perché la caccia alla tigre non era una pratica semplice, da fare in solitaria. Servivano mezzi di trasporto (in genere elefanti, ma anche cavalli e cammelli), servitori, assistenti, battitori, esche, mute di cani da caccia addestrati, dunque serviva denaro.
Si creò quindi una sorta di competizione tra i nobili indiani e gli inglesi, che si sfidavano a uccidere quanti più esemplari in una singola battuta di caccia.

Durante il periodo vittoriano iniziarono a fiorire i libri inglesi a tema venatorio. La caccia alla tigre veniva raccontata come un momento avventuroso, cameratesco, virile, e persino raccomandato come sport per tenere lontani i soldati da vizi e mollezze, come alcol e donne.

I segnali di crisi ignorati

Con l’avvento del nuovo secolo, il governo del Raj britannico si iniziò ad accorgere che la selvaggina stava scomparendo, quindi alcune specie cominciarono a godere di protezione, ma non le tigri che continuarono ad essere cacciate e ad avere la fama di “mangia uomini”.

Il governo coloniale comunque guadagnava anche dalla regolamentazione del settore, grazie alla vendita delle licenze di caccia.

George Curzon 1903
Il Vicerè Curzon con la moglie e una tigre del Bengala uccisa, 1903

La spedizione in Nepal di Giorgio V e il cinema “esotico” di avventura

Nel 1911 Re Giorgio V arrivò in India per essere incoronato. Dopo l’incoronazione, fu organizzata una spedizione di caccia alla tigre in Nepal.
In soli dieci giorni, il re e il suo gruppo uccisero 39 tigri, 18 rinoceronti e 4 orsi, più una serie di altri piccoli animali.
Una di quelle tigri finì esposta al Royal Albert Memorial Museum con una cerimonia in pompa magna. Altri tigri finirono in altri musei inglesi.

Lo scopo di mostrare una tigre al pubblico era quello di fare vedere la “mangiatrice di uomini” a chi non avrebbe mai potuto andare in India e vederla con i propri occhi.
Furono esposte anche le foto di quelle battute reali, che così circolarono in Europa alimentando ancora di più la smania venatoria.

Addirittura si iniziarono a girare pellicole cinematografiche che con un occhio orientalista ed esoticizzante presentavano le avventure dei bianchi tra i “selvaggi” e la tigre. Questi film evocavano scenari avventurosi che solo la caccia alla tigre nelle foreste indiane e nepalesi potevano dare.

Il bilancio di 50 anni di caccia

Nel 1972 la caccia alla tigre viene vietata in India.

Si stima che dal 1875 al 1925 in soli 50 anni furono uccise 80.000 tigri.
Se all’inizio del 1900 le tigri indiane erano circa 40.000 esemplari, nel 1964 si erano ridotte a soli 4000.

Oggi le tigri vivono in aree protette, ma la convivenza con le persone è difficile a causa della continua deforestazione, perdita di habitat e prede, e confini sempre più stretti in cui sono reclusi questi animali.

 

FONTI:

Luana Pistone, autrice dell’articolo.

Luana Pistone

Luana Pistone
Esperta di cultura indiana e Āyurveda

Laureata in “Cooperazione internazionale e mediazione dei conflitti”, Luana ha lavorato per circa 10 anni per una ONG italiana in Bangladesh, come cooperante, occupandosi di progetti di cooperazione in ottica di genere e con frequenti viaggi in India.

In questo periodo Luana ha avuto modo di avvicinarsi alla cultura bengalese e indiana, studiando la storia, le tradizioni, la lingua bengalese, le religioni e i molteplici aspetti della realtà locale, creando connessioni, intrecciando legami che durano negli anni, con le persone e con la realtà locale, che continua ad approfondire.

2 Comments

  1. Cara Rosa,

    come bengalese ed ex collega, desidero esprimerti la mia più sincera gratitudine e il mio profondo apprezzamento.

    Durante i quasi dieci anni trascorsi in Bangladesh, non ti sei limitata a svolgere il tuo lavoro come professionista della cooperazione internazionale. Hai scelto di conoscere davvero il nostro Paese, la nostra storia, le nostre tradizioni, la lingua bengalese, la diversità religiosa e la realtà delle nostre comunità. Con rispetto, sensibilità e umiltà hai costruito rapporti autentici e duraturi con le persone.

    Il tuo impegno per la promozione dell’uguaglianza di genere e dello sviluppo inclusivo ha lasciato un segno positivo nella vita di molte persone. La tua continua curiosità e il desiderio di approfondire la conoscenza del Bangladesh e dell’Asia meridionale dimostrano il tuo autentico interesse per la nostra cultura e i nostri valori.

    È stato un privilegio lavorare al tuo fianco. Ti ringraziamo sinceramente per il tuo contributo, la tua amicizia e il rispetto che hai sempre dimostrato verso il popolo bengalese.

    Ti auguro ogni successo per il futuro. Il Bangladesh sarà sempre felice di accoglierti come una cara amica.

    Con affetto e profonda stima,

    Un ex collega bengalese

    Crova

    • Caro Shouvro, grazie a te per le tue belle parole che mi hanno emozionato. Ti rispondo qui dopo molto tempo ma tu sai che il tuo commento mi è rimasto nel cuore. Spero di rivederti presto in Bangladesh o in Italia. A presto, Luana-Golapi-Rosa


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