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Juggernaut: come gli inglesi inventarono il mito sanguinario di Jagannath

Jagannath murales a Bhubaneswar

Lord Jagannāth è una delle divinità più amate nella parte nord-orientale dell’India e durante il colonialismo è stata una delle ossessioni degli inglesi.

Nel 1889 il Times of India, quotidiano della comunità britannica in India, pubblica la lettera di un inglese che fa un racconto molto drammatico di un fatto a cui dice di aver assistito personalmente.

Nella città di Puri in Orissa, un suo amico, un altro inglese, che era indebitato fino al collo per motivi di gioco, una notte in preda alla follia, si è avventurato nel santuario deserto di Lord Jagannāth, al termine del festival annuale, per tentare di rubare la collana di perle dalla statua della divinità.
L’inglese che scrive l’articolo racconta di essere testimone della morte dell’amico che, non appena si avvicina all’idolo di Jagannāth, viene ucciso da centinaia di coltelli che sbucano dal buio fino a finire stretto contro il petto del “Dio Nero”.

Questo racconto fantasioso viene riportato tranquillamente sul Times of India nel 1889 perché era una delle tante leggende orientaliste che circolava nel XIX secolo su Lord Jagannāth, alimentando l’oscura reputazione di questa divinità presso i coloni inglesi.

Il Ratha Yātrā nell’immaginario inglese

Con la conquista britannica dell’Orissa nel 1803, gli inglesi diventano letteralmente ossessionati da Lord Jagannāth e il suo tempio a Puri.

Il Ratha Yātrā, la processione annuale che si svolge in estate a Puri tra giugno e luglio in cui i tre carri di Jagannāth, Subhadrā e Balabhadra vengono portati in processione, attira l’attezione degli inglesi.

Viene descritta dai cronisti e dai missionari di inizio ‘800 con toni melodrammatici come un evento demoniaco in cui avvengono atti indicibili:
pellegrini che si immolano sotto alle ruote dei carri prendendo parte a suicidi rituali, persone travolte dai carri, sacrifici umani…

La stampa dell’epoca contribuisce enormemente alla diffusione di notizie completamente inventate, che non erano presenti minimamente nei resoconti della Compagnia britannica delle Indie orientali (BEIC), che erano invece molto dettagliati e che parlavano di qualche sparuto incidente dovuto alle strade di Puri che erano troppo strette per il passaggio dei carri e non facevano menzione né di sacrifici umani né di suicidi dei pellegrini.

Quindi la nascita della reputazione demoniaca del culto di Jagannāth la si deve principalmente alla stampa britannica, ai missionari e ai cronisti dell’epoca.

Come Jagannātha diventò “juggernaut”: la nascita di una parola inglese

La processione Ratha Yātrā impressiona così negativamente l’opinione pubblica britannica che la figura di Jagannāth entra nel lessico inglese come termine dispregiativo. Storpiano il nome e coniano il termine “juggernaut” che diventa metafora di una forza inarrestabile e distruttiva. Questa parola per tutto il 1800 viene utilizzata abitualmente da scrittori e giornalisti e ha ancora oggi lo stesso significato.

Da quel momento, sui giornali britannici non si parla più di Jagannāth ma direttamente di Juggernaut, anche quando si parla della divinità e del suo tempio. 

L’immaginario inglese ha completamente travolto la figura del Dio Jagannāth, cancellando il suo significato e sostituendolo con un altro, a partire dal suo nome.

Jagannāth significa letteralmente “il Signore del Mondo“, essendo l’unione dei due termini sanscriti nātha, “signore” e jagat, “mondo/universo”. Ed è un aspetto del dio Kṛṣṇa/Viṣṇu, il dio deputato alla conservazione del Dharma, a sconfiggere il male che destabilizza l’ordine cosmico. Quando Kṛṣṇa/Viṣṇu combatte contro il Male e lo distrugge lo fa per ripristinare il Bene.

Jaggernaut invece è una forza negativa, che distrugge senza scopo positivo. È un capovolgimento completo della figura del Dio.

William Bruton e la “casa di Satana”: leggende vecchie di 200 anni

I miti sulla processione che ossessionano gli inglesi nel 1800 in realtà hanno almeno due secoli di vita.

Già nel 1630 circola un famoso resoconto di William Bruton che definisce il tempio di Puri la “casa di satana” e incredibilmente descrive l’idolo di Lord Jagannāth come dotato di sette teste di serpente. Riferisce anche di persone che si immolano sotto le ruote dei carri come sacrificio devozionale.

La cosa curiosa è che Bruton arriva a Puri a novembre e non può quindi assistere al Ratha Yātrā di giugno, tanto che ci sono forti dubbi sull’autenticità del suo racconto.
Probabilmente gli è stato riferito il tutto, con evidenti errori (non solo le vittime dei carri ma anche l’aspetto dell’idolo), eppure la notizia falsa delle persone che si immolano sotto i carri duecento anni dopo è ancora in voga e si mescola ad altre leggende, come quella dei sacrifici umani che si svolgerebbero durante il festival.

Il reverendo Buchanan e la “valle della morte”

Gli inglesi sono completamente ossessionati da Lord Jagannāth e il Ratha Yātrā, ma sono anche molto pragmatici e nel 1804 iniziano a riscuotere una tassa sui pellegrini che si recano a Puri.
Questo è fortemente osteggiato dai missionari che vedono in questa tassa un appoggio governativo a quella che ritengono sia solo idolatria.

Nel 1806 il reverendo Claudius Buchanan, cappellano evangelico, scrive ossessivamente contro il sostegno governativo al tempio.
Descrive la città di Puri come regno di “Moloch”, paragonandola a una “valle della morte” cosparsa di ossa umane, sostiene di aver visto persone gettarsi sotto le ruote dei carri e parla abbondantemente di “sacrifici umani”.
Punta il dito sugli aspetti “osceni” del culto, scambiando il grande pilastro di pietra fuori dal tempio, probabilmente il Garuḍa Stambha, per un elemento legato a cerimonie falliche. Insiste sul culto del Liṅga, che definisce universale per tutti gli hindū e ovviamente ne dà un giudizio fortemente negativo.
I suoi scritti diventano estremamente famosi a Londra e incontrano il favore della critica e della stampa.

La terminologia che usano i giornalisti e i missionari per parlare di Jagannāth è presa dall’immaginario cristiano della lotta al demonio e alle streghe. Probabilmente perché cercano di ritrovare elementi comuni al proprio mondo anche in quello indiano.

Il Ratha Yatra dalle cronache di William Bruton
Illustrazione del Ratha Yatra dalle cronache di William Bruton
Il reverendo Claudius Buchanan

Il Raj Britannico e il fardello dell’uomo bianco

Nel 1858 con la fine della Compagnia delle Indie Orientali e l’Inizio del Raj Britannico, Puri diventa un caso da manuale di giustificazione morale del colonialismo.

Per gli inglesi, il Ratha Yātrā si inserisce in una di quelle tradizioni indiane barbare che prevedono il sacrificio umano, come il satī, il “rogo” delle vedove, o i sacrifici alla dea Kālī dei Thugghe/Thugs, altra leggenda senza fondamento che circolava all’epoca.

In realtà già da qualche anno le cronache sui giornali inglesi parlano di “suicidi rituali” e non più di sacrifici umani che, si ammette, sono stati aboliti da molti anni.

Questi sacrifici o suicidi rituali dagli inglesi sono visti più che altro come spreco di vite umane che potevano essere usate come manodopera per sostenere l’Impero, visto che all’epoca il corpo umano veniva inquadrato nella sua produttività e utilità.

Ad ogni modo, diventano la scusa per giustificare la missione civilizzatrice dell’Impero.
I britannici quindi, portando il famoso “fardello dell’uomo bianco”, non si trovano in India per arricchire la madre patria derubando la colonia, ma per “civilizzare” un popolo “selvaggio”, le cui divinità sono ancora più “selvagge” e chiedono demoniaci tributi di sangue.

Dai sacrifici agli incidenti: la retromarcia della stampa inglese 

Verso il 1870 si inizia ad assistere a una marcia indietro da parte della stampa e dei cronisti inglesi.

Non si parla più né di sacrifici umani né di suicidi, ma di semplici “incidenti” e i numeri non sono così alti come quelli che circolavano a inizio del secolo.
Le leggende su Jagannāth vengono quindi smontate. La stampa inglese si scusa e ammette che le notizie erano frutto di suggestione e immaginazione, paragonando la processione a una qualunque fiera inglese dove saltuariamente possono accadere degli incidenti, addirittura arrivando ad alludere al fatto che è più pericoloso prendere un mezzo di trasporto pubblico a Londra che partecipare al Ratha Yātrā.

Il nome del dio viene nuovamente riportato alla grafia originale e si ricomincia a parlare di Jagannāth e non più di Juggernaut.

La nuova accusa: Puri e il colera come minaccia globale

Ma subito dopo nasce una nuova leggenda per screditare il culto di Jagannāth, perché la missione civilizzatrice non può essere messa in discussione.

La nuova accusa che arriva dalla stampa è che la processione provoca il colera e Puri viene additata come il centro di diffusione che porta la malattia anche in Europa. Insomma una vera e propria minaccia sanitaria globale!

La cosa incredibile è come gli intellettuali indiani reagissero a queste accuse. Molti sostenevano le tesi fantasione degli inglesi e chi provava a non mostrarsi d’accordo veniva attaccato dai colleghi. Questo è un classico meccanismo coloniale che si insinua nella mente del colonizzato: questi, completamente plagiato dalla propaganda del colonizzatore, sminuisce la propria cultura per cercare l’approvazione del colono, aspirando a una sorta di riconoscimento ugualitario che comunque non arriva perché alla base del pensiero colonialista c’è il razzismo.

Ad ogni modo, nonostante le varie smentite che la stampa pubblicava in seguito a ogni nuova accusa, per tutto il 1800 e oltre, Lord Jagannāth e Puri continuano ad ossessionare la fantasia orientalista degli inglesi, tanto che ancora nel 1889 circolano storie come quella dell’inglese ucciso dal meccanismo di lame nascoste, che sono più simili alla trama di un film di Indiana Jones che alla realtà.

FONTI:

Luana Pistone, autrice dell’articolo.

Luana Pistone

Luana Pistone
Esperta di cultura indiana e Āyurveda

Laureata in “Cooperazione internazionale e mediazione dei conflitti”, Luana ha lavorato per circa 10 anni per una ONG italiana in Bangladesh, come cooperante, occupandosi di progetti di cooperazione in ottica di genere e con frequenti viaggi in India.

In questo periodo Luana ha avuto modo di avvicinarsi alla cultura bengalese e indiana, studiando la storia, le tradizioni, la lingua bengalese, le religioni e i molteplici aspetti della realtà locale, creando connessioni, intrecciando legami che durano negli anni, con le persone e con la realtà locale, che continua ad approfondire.

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